TESTI CRITICI

Francesco Zavatta - Artista, Pittore Milano

Francesco Zavatta viene dal mare. Per questo, come ha giustamente colto lo sguardo fine di Philippe Daverio, la sua pittura predilige le linee orizzontali. Zavatta è nato a Rimini e certamente le immagini di quella distesa d’acqua, pacifica ma allungata all'infinito gli è rimasta negli occhi. O forse, sarebbe meglio dire, gli è rimasta nel pennello. Oggi Zavatta ha spostato l’asse della sua vita dove il mare non c’è, nella Lombardia più industriosa che poco tempo ha da dedicare ai pensieri bucolici. Ma per lui questo trasferimento verso un territorio più attivo e più ricco di opportunità per gli artisti non si è tradotto in una perdita, perché il mare gli è rimasto dentro. La sua è una storia artistica precoce. Nonostante i genitori imprenditori, ha scelto prima l’artistico e poi l’accademia: triennio a Firenze e biennio magistrale a Venezia. «Per imparare il disegno e successivamente per imparare l’uso del colore: due città non a caso», racconta con la precisione di chi ha saputo calcolare con saggezza i suoi passi. In realtà, la miccia era scattata nell'incontro con l’artista meno calcolatore della storia: Vincent van Gogh. La lettura prima e la visione del film dopo di Brama di vivere (libro di Irving Stone, film di Vincente Minnelli) era stata come una folgorazione sui sogni di Zavatta ragazzo. Una scossa emotiva che si è impressa sulla sua anima e che lo ha portato a essere artista. Zavatta è indiscutibilmente pittore. Per lui la pittura è diventata una sorta di equivalente del mare. Non a caso le sue stesure sono sempre fluide e liquide, i colori non hanno mai perimetri definiti. Le sue pennellate scivolano sulla tela, a volte lascia che il colore coli in modo casuale e, come lui dice, «vada per la sua strada». Salvo poi riprendere il controllo del quadro e riportare tutto all'immagine di partenza che aveva negli occhi. Sono quadri che a volte restituiscono il movimento dell’onda, per quell'impeto che vi si scorge, per quel ritmo molto naturale che li regola e li muove. «L’elemento della trasparenza e dei riflessi dell’acqua è all'origine della mia pittura», spiega Zavatta. «Di conseguenza è un po’ la mia “cifra”, cioè anche se l’acqua non c’è, io la vedo, è una parte costitutiva di me». Per questo si può dire che pur dipingendo città, montagne o altri soggetti, sempre si ha la sensazione di avere a che fare con il mare. È mare anche Milano, uno dei suoi soggetti prediletti. «Milano», racconta, «è stata la prima città che è entrata come soggetto nei miei quadri. Prima la città era solo uno sfondo per il mare o la laguna, invece con Milano la città è entrata prepotentemente nella tela. È stato un impatto molto forte in cui la mia pittura ha dovuto cambiare completamente le regole». In effetti Milano lo costringe a costruzioni più verticali. Sulla pelle di Milano è rimasta l’identità indelebile impressa da Boccioni con La città che sale. Anche in Zavatta la città sale, in particolare quando mette nell'obiettivo lo skyline gotico del Duomo. Per un sussulto di memoria visiva, tra le guglie c’è sempre una luce che richiama quella del sole che sorge dalla linea infinita del mare di casa sua, l’Adriatico. È quel bagliore dell’inizio del giorno che riempiva di stupore Zavatta ragazzino: «Anche quando ho incominciato a confrontarmi con Milano, per rendere la dinamicità dei palazzi della città, ho dovuto riguardare bene tutti i riflessi dell’acqua che avevo fatto in precedenza». Il mare gli ha anche trasmesso una smaccata preferenza: quella per il blu. Se tutti gli altri colori si accontenta di spremerli dai tubetti, il blu invece lo produce lui in studio. Compera a Firenze, al mitico colorificio Zecchi, barattoli di pigmento di blu di Prussia e poi con l’olio di lino impasta un colore, badando a conservare una granulosità che lo impreziosisca. È il blu che allaga le sue tele specialmente quando sceglie come soggetto non tanto il mare, quanto l’oceano. Cioè un mare al quadrato, per profondità, dimensioni e forse anche luminosità. Sono le vedute da Cabo de São Vicente, sulla costa portoghese, con il mare che si stampa sulla roccia delle altissime scogliere. Il blu dell’acqua e anche dell’aria si trova però a combattere con i colori eccitati della costa. «Ma perché usi i colori così vivi?», mi chiedono spesso. Io rispondo che per me usare i colori vivi è un modo di guardare le cose con meraviglia e gioia».

Giuseppe Frangi


Francesco Zavatta è proprio di Rimini, perché a Rimini hanno tutti una grande tensione alla linea d’orizzonte del sole nascente e vedono questa bruma mattutina come una sorta di alba della vita che vivono. Lo riporta anche un po’ a Milano perché è riuscito a mettere il Duomo in mezzo alle nebbie nascenti della Riviera Adriatica.

Philippe Daverio


«Ogni forma o superficie che non possiede la concretezza pulsante della carne e delle ossa vere, la sua vulnerabilità al piacere o al dolore, non è niente. Un quadro che non offre l’ambiente in cui si possa infondere il soffio della vita non mi interessa». Per Mark Rothko questa era l’arte: puro colore per cogliere il soffio primordiale della vita. A chi guarda, mosso dal desiderio di perdersi nella sua pittura, alla fine è donato di cogliere la luce. Sprigiona da dentro l’opera, profonda e quasi inafferrabile. Anche quando il nero e il grigio predominano - come nella cappella di Houston - quella luce non è vinta, è all’origine del tutto e insieme destino ultimo. Le tenebre possono avvolgerla, ma non possono vincerla. Rothko cercava quella luce, anche quando ha pensato di non poterla più trovare, anche quando ha temuto che fosse solo illusione, parvenza di un sogno.

La stessa luce attrae Francesco Zavatta. La luce originaria. Quella che i tramonti sul mare di Rimini, la città natale, lasciano solo presagire. Nostalgia di una bellezza che è sempre oltre. All’inizio, per il giovane artista, la luce era nell’acqua. Trasparenza e riflessi sono all’origine del suo modo di guardare e di cogliere le cose, del suo fare pittura.

Tutto comincia con una colatura: quel fluire come da una sorgente o da una ferita. Poi, con spatola e pennello, impugnati come fosse uno “spadaccino” - così dice di sé – si immerge nei suoi colori. Lui e la tela, bianca come il vuoto, muta come un muro. E il duello ha inizio. O forse una danza. Al suono e al ritmo di spatola e pennello sulla ruvida trama. Dal movimento l’opera prende forma. Potenza del gesto. Quell’action painting che non ha segnato solo Pollock e amici, ma ha radici lontane come l’arte stessa. «La mia è una lotta per far accadere ciò che ho visto, per afferrare la realtà». Non la superficie delle cose, ma quel che le sorregge: quella musica, quella luce, quel fondamento che i nostri sensi, la nostra mente e il nostro cuore percepiscono come domanda e come presenza di bene, di bello e di vero talmente grande da non poter essere afferrata. Ma che si offre sempre come invito: a essere accolta, a essere abitata, a farsi cammino e scoperta. È l’invito di Benedetto XVI agli artisti: «L’autentica bellezza schiude il cuore umano alla nostalgia, al desiderio profondo di conoscere, di amare, di andare verso l’Altro, verso l’Oltre da sé. Se accettiamo che la bellezza ci tocchi intimamente, ci ferisca, ci apra gli occhi, allora riscopriamo la gioia della visione, della capacità di cogliere il senso profondo del nostro esistere, il mistero di cui siamo parte e da cui possiamo attingere la pienezza, la felicità, la passione dell’impegno quotidiano» (Cappella Sistina, 21 novembre 2009).

È affascinato Zavatta da quell’invito. Lo avverte in tutta la sua potenza e urgenza e con movimenti rapidi eppure armoniosi impasta di luce i suoi colori, che prima erano mare, poi laguna, e ora città e montagna. Azzardo di cromie che non esistevano e ora ci sono. Perché con la sua tavolozza vuole abbracciare il mondo, per essere dentro le cose. Rivelarlo, quel dentro, e insieme trovare un punto focale, là dove tutto si apre (e si diffonde, si fa trasparenza e orizzonte). In quel punto preciso tutto è portato a unità, oltre il multiforme e dispersivo apparire nell’affollarsi dei particolari che impediscono uno sguardo d’insieme. «Ciò che mi interessa è che venga fuori in ogni opera una sorta di essenzialità».

Non è stato sempre così. L’idea di fare il liceo artistico non nasceva da una vocazione, ma da un ripiego: poca voglia di studiare e la comodità di avere la scuola vicino a casa. Il sogno era un altro. Alle tempere preferiva il verde dei campi di calcio. Francesco si vedeva portiere. Militava nelle giovanili del Rimini, allora in serie B.
Poi qualcosa accadde. Le lettere a Theo gli aprirono occhi e cuore su un mondo che prima aveva solo sfiorato. «L’intensità con cui Van Gogh percepiva le cose la desideravo anche per me». Da qui la decisione. A 15 anni il pallone si trasforma in hobby. Nonostante il debito in disegno, Zavatta decide che per lui c’è solo un futuro, quello dell’artista. Per i primi tre anni di Accademia sceglie Firenze. Il punto debole, il disegno, vuole che diventi la sua forza, e quale maestro migliore di Michelangelo? Quindi prosegue gli studi a Venezia, il più grande miracolo sorto sull’acqua (l’elemento in cui Francesco è più a suo agio). E poi gli incontri che lo arricchiscono, lo fanno crescere come uomo e come artista: con lo stilista Erasmo Figini, con lo scultore Adriano Bimbi, con i pittori Giovanni Frangi e Davide Frisoni. Zavatta non è un solitario, il dialogo lo ama e lo coltiva. Un dialogo intrecciato con i grandi e con i piccoli. Gli piace portare l’arte nelle scuole: dall’immersione nei colori per i bimbi dell’asilo alla riflessione sul senso della pittura con i ragazzi delle medie. Anche questa mostra nasce da un dialogo, quello con gli amici e i collezionisti. Da loro riceve immagini che colgono la bellezza della natura o nascono dallo stupore che squarcia la quotidianità. Paesaggi e non solo. «Un giorno un amico mi ha chiesto: perché non fai un quadro sul lavoro? Ero perplesso. Perché la figura umana non era ancora entrata nelle mie tele. Però ho subito intuito una sfida grande e così ho iniziato a dipingere momenti e gesti di quotidianità e lavoro». E anche nel paesaggio Zavatta ritrova l’uomo: quando comincia a dipingere le montagne, questo erompere di terra verso il cielo. «Le guardavo e avevo il desiderio di farle mie. All’inizio cercavo di rendere solo le linee delle rocce. Le tracciavo con un movimento veloce. Senza far uso del colore e della materia. Questi miei lavori, nel gioco di piani e di luci, mi ricordavano i disegni in cui ritraevo i Prigioni di Michelangelo, che avevo realizzato ai tempi dell’Accademia. Buonarroti guardava la figura come se dovesse uscire dal masso di marmo, così io vedevo le montagne come grandi figure pronte a uscire da se stesse e mostrarsi in tutta la loro maestosità».

Il lavoro e l’amore della sua vita (che risponde al nome di Anna) gli aprono le porte della metropoli. Milano diventa la sua seconda patria. Ma l’acqua dei Navigli ormai da decenni è costretta sotto l’asfalto. E così Francesco, per cercare il suo elemento, ha dovuto alzare gli occhi al cielo. «Il cielo di Milano mi ricorda il mare». Un cielo disegnato dai fili. I cavi del tram: ecco l’elemento che immediatamente lo colpisce e che desidera fare suo. Sono fili della memoria, sono radici piantate nel cielo. Un pensiero di madre Teresa è affisso al muro dello studio di Zavatta: «Spesso si vedono i fili metallici piccoli o grandi, vecchi o nuovi, cavi elettrici economici o costosi che restano inutilizzati, perché se non vi passa la corrente non servono a far luce. I fili siamo voi e io, la corrente è Dio. Noi possiamo decidere di lasciar passare la corrente attraverso di noi, di essere usati. O possiamo rifiutare di essere usati e permettere all’oscurità di diffondersi».

Così, nei paesaggi di colore dell’artista, la città per la prima volta diventa protagonista della tela. Con quel suo fermento di vita che è lavoro, studio, movimento. C’è entrata in modo non scontato, anzi, l’impatto è stato duro: «La prima opera si intitola Via Andrea Costa. È cominciata con un gesto violento: la china nera gettata sulla carta, là dove era il cielo. Avevo capito che la mia pittura doveva cambiare regole».

C’è nello sguardo di Zavatta qualcosa che commuove. È davvero lo sguardo del fanciullo, e non si vergogna di esserlo, capace di non dare nulla, ma proprio nulla, per scontato. Con un fil di ferro, con un gessetto i bimbi possono creare un gioco che è poi un mondo. Anche Francesco a partire dal filo di un tram o dalle zebrature sull’asfalto crea mondi. Anche lui si lascia sorprendere dalla gioia, anche lui non conosce confini. Nella sua arte si tocca con mano quel che diceva Stanislas Fumet: «Il bello è il bene che si dona come spettacolo per fare amare l’essere».

Giovanni Gazzaneo


Ho visto per la prima volta i lavori di Francesco un anno fa, andando all’inaugurazione della mostra Squarci, a Milano. Guardando i quadri dalla strada, prima di entrare in galleria, mi suscitarono immediatamente una impressione di nostalgia. La luce che vedevo in essi mi ricordava delle mie giornate milanesi, specialmente autunnali o quasi invernali, dove il sole durante il giorno si vede pochissimo: lo si può vedere solo al tramonto, quando illumina l’orizzonte. In queste giornate, però, si vedono le strade bagnate, i fili della luce, cioè una veracità che vive, che si muove sullo sfondo di un sole che, pur quasi scomparendo del tutto, non ha ancora abbandonato la città. È un sole della nostalgia. Mi ha colpito molto perché pensavo fosse una sensazione solo mia e invece, vedendo i quadri di Francesco, mi sono detto che forse questa è una cosa che fa molta nostalgia a me, ma fa molta nostalgia a tutti, visto che un artista l’ha riprodotta.

Nei quadri di Francesco, inoltre, colgo una grande energia, come una grande volontà di fare. Non è una cosa che immagino venga fuori da un pensiero lento, ma da un pensiero molto forte, molto preciso, che nasce ancora prima dell’opera. Nell’opera ci sono le cose, ma si avverte che è un modo tuo di vedere le cose, forse è un modo di tanti di vedere le cose, perché le cose non sono quelle che appaiono al momento ma quelle che sono rimaste anche nel nostro ricordo. Per cui il quadro è sempre molto emozionante proprio perché evoca ricordi. Non evoca le cose come sono nel preciso momento in cui le guardiamo, ma come sono quando ce le ricordiamo, questa è la mia impressione.

Ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare sempre molti artisti: Andy Warhol, Keith Haring, Jean Michel Basquiat, mi sono circondato di creativi perché penso che nutrono il mondo con le loro visioni. Quando ho incontrato Francesco ho incontrato una persona che prima di tutto ha una grande umiltà, come tutti i grandi artisti che inseguono un sogno, e poi che crede molto profondamente in quello che fa. Le cose perché abbiano successo bisogna amarle, bisogna sentirle e questo si capisce subito. Io credo che un artista abbia dentro di sé il desiderio che la propria opera possa essere capita, che il suo linguaggio possa essere compreso. E in questo caso mi sembra che siamo molto, molto avanti. Io dai suoi quadri è come se vedessi le immagini che trasmettono i ricordi della mia vita, è un bellissimo connubio tra i miei ricordi e quello che lui guarda e che, credo, siano anche i suoi ricordi.

Questa comunione è ciò che commuove chi guarda i suoi quadri.

Elio Fiorucci


La realtà si svela rimanendo mistero, i contorni delle cose prendono forma e si dissolvono, i colori, le linee, i tratti creano un’atmosfera così intensa, così carica affettivamente che quasi senza accorgerti ti ritrovi in piazza Duomo, sei immediatamente dentro uno spazio e un tempo che il cuore riconosce, avviene una strana sincronizzazione che ti consente di entrare e di agganciare ricordi e sensazioni, è come se fossi lì, respiri Milano.

I fili del tram, come grandi e piccole finestre tra cielo e terra, ti consentono di vedere oltre l’apparenza e di immergerti in una dimensione fuori dal tempo ma nel tempo dove tutto nasce e si rigenera. Guardando questi quadri uno per uno, entrandoci dentro, lasciandomi colpire da tutto quello che portano, da quel che Francesco voleva comunicare dipingendoli, mi son tornate in mente le parole di Christian Bobin su Santa Teresa d’Avila: “quando Teresa preparava da mangiare alle sue consorelle, era intenta alla buona cottura di un piatto e nello stesso tempo concepiva splendidi pensieri in Dio, esercitava quell’arte del vivere che è l’arte più grande: gioire dell’eterno prendendosi cura dell’effimero.

Ecco, credo che in questo dialogo profondo ed intenso che continuamente afferma la presenza di un significato, di una presenza buona che dà densità e consistenza a tutto ciò che c’è, sia racchiuso il segreto di questa pittura che rimane agganciata alla verità di ciò che vede cogliendone l’essenza.

Susanna Pagani

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